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Belmonte Piceno in Epoca Picena

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II "nostro" Belmonte in Epoca Picena

(conoscenze edite e inedite)

Le straordinarie caratteristiche ambientali del preminente sito del "nostro" Belmonte Piceno furono sicuramente ben rilevate ed utilizzate, al loro tempo, dagli antichi Piceni. Sicuramente nell'Età del Ferro (che da noi ini­zia "più-o-meno" mille anni avanti Cristo), ma forse anche nella tarda Età del Bronzo, i nostri antichi antenati, i Piceni, - non già le genti o i popoli del Medioevo - utilizzarono per primi le alture per insediarvi i loro centri di popolamento. Ciò non solo per creare postazioni fortificate e ben difendibi­li, ma anche (o soprattutto) per usare queste postazioni (le loro mura e i loro edificati) come strutture utili e necessarie a fini geodetici, ovverosia per usarle come mastodontici strumenti indispensabili per la misurazione del territorio (una misurazione che utilizzava una geometria, pre-pitagorica, piuttosto raffinata anche se basata solo su procedimenti di natura pratica). Il "nostro" Belmonte Piceno fu edificato sulla base di parametri geometrici ricorrenti come logica ma mai ripetitivi (o ripetuti) come caratteristica, sic­ché la pianta - perfettamente ricostruibile - dell'antico centro abitato (pian­ta che è rimasta quasi intatta fino agli sviluppi urbanistici - che peraltro non sono stati gravemente invasivi - verificatisi nel secondo dopoguerra) si pre­senta di aspetto molto interessante e particolare.

Essa si configura come strettamente legata al sito, cioè alla conformazione altimetrica di esso, ma soprattutto si configura come una pianta che dovette assolvere, in passa­to, a un suo preciso ruolo: quello di strumento di misurazione, su base geo­detica, del territorio circostante. Si configura, inoltre, come una pianta che fu, essa stessa, in passato, la ragione del nome attribuito al "nostro" inse­diamento. In ciò la storia di Belmonte Piceno si rivela simile a quella di tanti altri centri piceni, simile a quella di tutti (si potrebbe dire) i centri edificati di altura dell'Italia Centrale e non solo Centrale: tutti creati con intenti anche o soprattutto geodetici. La pianta antica del "nostro" Belmonte Piceno, non molto diversa da quel­le - anche esse sicuramente "piceno-italiche", ovverosia "italiche" - di altri centri storici che in Italia portano il nome di "Belmonte" (Belmonte Calabro, CS, Belmonte Castello, FR, Belmonte del Sannio, IS, Belmonte in Sabina, Rl, Belmonte Mezzagno, PA), si presenta, sotto l'aspetto geometrico, come due trapezi rettangoli che, tra loro contrapposti (e antitetici anche nei loro rispettivi "contenuti"), hanno il lato obliquo in comune. Questi due trapezi rettangoli (di identica superficie, ma uno caratterizzato da un "dente" triangolare "compensatore" di una pari rientranza) erano, e sono, stupendamente sistemati - se si considera la loro "applicazione" alla morfologia del sito geografico - sulla bella (panoramica) altura belmontese, ivi coprendo una superficie di 4 iugeri, pari a circa 10.000 metri quadrati.

Stando proprio alla conformazione di questa pianta - ricostruibile e rico­struita - si può desumere che il "nostro" Belmonte Piceno in antico (nell'Età del Ferro) si chiamò quasi sicuramente *(castrom)-duellom-in-monte (= 'castro a forma di due - trapezi - affrontati, posto sul monte'). Per ragioni linguistiche (cfr. la stessa etimologia latina di bellum, da duellum), la com­ponente *duellom del nome fu poi stravolta e trasformata in *bello(m), donde il Bel(lo)- che caratterizza il toponimo, diciamo pure, moderno (in ogni caso già attestato in epoca medievale) di Belmonte. Appare evidente che la stessa caratteristica - la 'bellezza' - del sito, consistente nella stu­penda visuale che dall'altura si "gode" gettando lo sguardo verso il territo­rio circostante, rese possibile (per il "nostro" come per tutti gli altri citati "Belmonte") il cambio di significato ma non di fonetica (fonetica essenzia­le) della parola toponomastica. Così, una volta perduto, unitamente alla "cosa" denominata (ovverosia alla funzione geodetica della struttura urba­na), il significato originario della sua denominazione attributiva, rimase significativo (perché innegabilmente veritiero) l'attributo "bello".

Quasi alla stessa stregua del vicino Falerone (altro insediamento piceno collocato su un sito di straordinaria importanza o valenza geodetica, e altro insediamento dal significativissimo toponimo, sempre connesso con la fun­zione geodetica del suo impianto), il "nostro" Belmonte Piceno, dopo la conquista da parte dei Romani della terra picena, si trovò ad essere "supe­rato" da Falerio Picenus, una città che i Romani, appunto, crearono in pia­nura, proprio tra le alture di Falerone e di Belmonte Piceno (in prossimità di un sicuro attraversamento del fiume Tenna, sul versante sinistro, presso l'attuale moderno incasato di Piane di Falerone). È ovvio, però, che questi due antichi centri, Belmonte e Falerone, non furono distrutti dai Romani conquistatori: non lo furono proprio perché si trattava di centri edificati che in certo senso erano "sacri" (cfr. anche, tra l'altro, la componente etimolo­gica -hierón del toponimo Falerone), "sacri" in quanto dotati del valore di una struttura geodetica (cioè "scientifica", diremmo oggi) oltre che del valo­re di una struttura semplicemente abitativa e difensivistica. Si pensi -estendendo di proposito la considerazione - che i Romani non distrussero neppure l'antica capitale del Piceno "centrale" (intendendo per capitale del Piceno "centrale" quella che sarebbe, sarebbe stata, l'antenata della moderna città o cittadina di Monterubbiano, AP).

La dimostrazione di questo fatto è data anche dalla presenza nel territorio di Belmonte Piceno di diversi reperti romani (in particolare di raffinati reper­ti a bassorilievo, epigrafi e anepigrafi). Sta di fatto che, riferibili all'Età del Ferro - sulla documentazione archeolo­gica delle età precedenti ci sia consentito di sorvolare -, noi troviamo a Belmonte Piceno formidabili testimonianze archeologiche. Sono quasi tutte d'ambito funerario e provengono da ben tre necropoli individuate (due almeno) sin dal Settecento. Esse, le necropoli, ci "parlano" di 'Belmonte' come di un insediamento di straordinaria vivacità e importanza. Presso i musei di tutto il mondo, ma in particolare presso il Museo Archeologico Nazionale delle Marche, di Ancona, si possono ancora oggi ammirare straordinari reperti provenienti dalle ricche, e a volte ricchissime, tombe di Belmonte Piceno. Gli studiosi hanno appurato che nell'area belmontese esistevano addirittura manifatture di ambra (resina fossile proveniente dalle rive del Mar Baltico) e di avorio (proveniente dall'Africa). L'ambra, la tanto ricercata "pece" fossile, che quasi sicuramente dette il nome ai Piceni, fu la pietra preziosa specifica e caratteristica dei corredi funerari delle persone di rango, cioè delle persone destinate, secondo l'escatologia del tempo, ad essere accolte in una "seconda vita".

L'ambra, infatti, fu l'oggetto prezioso e più di ogni altro dignus, cioè confacente (per la caratteristica di presen­tare spesso al suo interno organismi morti tanto ben conservati da sem­brare vivi), con cui rendere omaggio a Cupra ctonia, ovverosia alla Dea dell'Oltretomba sotterraneo. Le ricche necropoli belmontesi ne hanno "rida­ta" tanta, di questa ambra, anche in "nuclei" di notevole volume; tanto è vero che la memoria popolare ricorda alcuni contadini che - fino ai nostri Anni Cinquanta - la usavano (chiamando le grosse masse d'ambra reperi­te "le pietre che arde": che ardono) per accendere il forno o addirittura (nel caso di "pietre" particolarmente grandi) per tenere desto il fuoco nella cot­tura del mosto (che si effettuava - nel nostro recente passato - con la "callara" posta nell'apposita "fornacchiola"). Gli studi moderni di archeologia hanno definitivamente affossato l'idea pseudo-dotta (frutto di fantasia e, insieme, di approssimazione) che nelle necropoli belmontesi siano state rinvenute anche tombe di amazzoni. Gli studi più receni, che hanno rivelato l'eccellenza della civiltà picena, dimo­strando nel contempo che tutta l'Italia, nell'Età del Ferro, fu interessata da una straordinaria civiltà, unitaria e ben avanzata, hanno inequivocabilmen­te evidenziato che nell'area belmontese fu presente una eccezionale fiori­tura di raffinata civiltà.

Lo dimostra anche il fatto che dalle necropoli del "nostro" Belmonte Piceno sono arrivati fino a noi, vale a dire fino ai nostri musei, addirittura tre - così parrebbe di poter dire: tre, non solo due -straordinari monumenti funerari iscritti. I monumenti in questione (che peraltro, per la loro stessa consistenza materica, inducono all'ipotesi che tanti altri similari reperti possano essere andati perduti) sono il cosiddetto Cippo da Belmonte Piceno, il cosiddetto Frammento litico da Belmonte Piceno e il cosiddetto Cippo da Servigliano (quasi sicuramente esso pure proveniente da Belmonte Piceno). Anche se potrebbero sembrare all'ap­parenza dei rudimentali monumenti (in pietra arenaria locale), essi sono invece dei raffinati e complessi "capolavori", in quanto sono opere che testimoniano la volontà dei Piceni di creare, anzi di scegliere, perché funges­sero da segnacoli di tombe, dei "monumenti" che avessero il "decoro di tutte le arti": anche il "decoro" (dal lat. decus = 'cosa che si confà, che si addice') della stessa arte della natura; che poi sarebbe l'arte di quella stes­sa Cupra, ovverosia di quella stessa Terra, la dea Terra, a cui venivano affi­dati i morti: anima e corpo, si potrebbe dire (il corpo nella tomba, l'anima nell'Oltretomba).

Su questi "monumenti" litici i nostri antenati incidevano testi letterari che si sono rivelati espressi addirittura in metrica e in una lingua caratterizzata da ricercate allitterazioni, da giochi di parole e da altri "artifici" linguistici, grafi­ci e calligrafici. Nel testo del cosiddetto Cippo di Belmonte - il più appari­scente e il più antropomorfo dei "monumenti" funerari belmontesi che pos­sediamo, oggi conservato al Museo Archeologico Comunale di Bologna - questo particolare decus viene espressamente sottolineato. Così infatti si traslittera e si traduce il testo ivi espresso in scrittura bustrofedica (vale a dire a serpentina):

APONIS QUPAT APEITOS ESMIN NIR ME(HE)IN TESOT ARTEIPh(EK)ES UEIPE(TE)ITTAS ESTAS AMUENAS AK DEINIAS AQTS TE(HE)BEI ESED

"Aponio giace, morto, qui. Il valoroso (= il guerriero) sotto di me si è fermato. L'artificio di pietrosità così amena e degna posto per te (pas­sante/lettore) sarà".

Il cosiddetto Frammento litico da Belmonte Piceno parla invece - ma il testo è frammentario al pari del "monumento" - di un morto (di cui non conosciamo, purtroppo, né sesso né età) che fu sepolto insieme alla madre. Di rimando, il cosiddetto Cippo da Servigliano (ma anch'esso, come si diceva, da Belmonte Piceno) presenta un testo funerario, sempre espresso in lingua metrica, da cui apprendiamo il nome del personaggio che forse non era un NIR, cioè un guerriero, ma che comunque giaceva sotto una delle "degne" pietre che i Piceni erigevano sulle tombe di uomini illustri. Molto probabilmente il nominato defunto, tale N(E)OINIS PEI-TER(O)NIS, era un mercante; sicuramente era un personaggio di rilievo, di una famiglia letterata. Sta di fatto che le tante (e tanto ricche) tombe belmontesi ci testimoniano, anche quando non sono accompagnate da epigrafe scritta, della presenza di tanti cospicui personaggi; ci testimoniano, cioè, che tanti cospicui perso­naggi vissero nel "nostro" Belmonte Piceno durante tutto l'arco della cosid­detta Epoca dei Piceni (quella che la convenzione storiografica corrente data dal IX al III secolo a.C.).

A questo punto, e a questo proposito, non si può fare di meglio che ripren­dere le espressioni conclusive di una "riflessione", del 1910, del grande illu­stre belmontese Silvestro Baglioni, fisiologo di fama internazionale, che fu il vero scopritore e il vero primo intelligente e disinteressato studioso delle "nostre necropoli". Così scrive - con significativo contenuto e raffinato stile - il Baglioni: "Ciò [riferito al vario eppure uniforme modo di inumazione dei morti nelle necro­poli belmontesi] corrisponde a quel delicato sentimento di profonda intima pietas, che i nostri antenati sentivano, come nucleo fondamentale del loro culto per i trapassati, nel pensiero della sopravvivenza dell'anima, procac­ciando all'estinto la posizione del corpo che in questa vita è quella del sereno riposo, donandolo di tutte le sue ricchezze e delle sue conquiste ter­rene, in una rinuncia e in una abnegazione di ereditarne le cose più rare, sentimento che, se onora questa popolazione antica, è d'altra parte quello che permette oggi di rievocarne su queste sicure vestigia [che sono le stes­se necropoli belmontesi e i loro innumerevoli nonché importanti reperti] l'al­to grado di civiltà. E noi rievochiamo oggi questa civiltà sia pure col freddo animo dell'osser­vatore e dello scienziato indagatore, non senza però quel devoto senso di rispetto e di orgoglio che si ha per tutte le reliquie più sacre, che ci parla­no, attraverso i millenni, ancora oggi della vita dei costumi e dell'anima di nostra grande stirpe".

Testo - Giovanni Rocchi

N.B - Presto sarà realizzato a Belmonte, il museo archeologico, dove si potranno ammirare i ricchi ed importanti reperti archeologici dell'Epoca Picena.

 

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I Piceni di Belmonte

 

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