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informazioni
Uff. Turistico Tel. 0722 88455
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LA STORIA
Sant'Angelo in Vado è una delle cittadine più ricche di storia, arte e cultura della Provincia di Pesaro e Urbino, nel territorio dell'Alta Valle del Metauro. Patria di pittori, musicisti, intagliatori ed architetti, presenta un nucleo abitativo più antico ancora facilmente decifrabile nel suo ben conservato centro storico e nei borghi medioevali al di là delle mura e dei "fossi" d'acqua del Metauro. Sorge sulle rovine della antica Tifernum Mataurense, denominazione che deriva da tipher o tifia, pianta acquatica che si sviluppa nelle zone paludose.
Lo studio della sua pianta, ricostruita in base alle informazioni ottenute con le operazioni di scavo e con le recenti interpretazioni aerofotografie, porta alla constatazione che la città avesse forma quadrata, con i classici cardo e decumano che si incrociavano nella via principale. L'esistenza dell'antico municipio romano è attestata dai molti reperti archeologici ritrovati e oggi conservati nell'Antiquarium della città. Si ritiene anche che, dopo l'avvento del cristianesimo, fosse divenuta sede vescovile.
La lunga guerra tra Bizantini ed Ostrogoti (VI secolo) interessò anche il suo territorio che subì una totale distruzione. I Longobardi ricostruirono il nuovo abitato sulle rovine della città romana, quasi completamente ricoperte dai terreni alluvionali e lo dedicarono all'Arcangelo Michele, da cui l’attuale nome di Sant'Angelo. La seconda parte del nome "in Vado" fu invece aggiunta in seguito e sarebbe da attribuire al fatto che per raggiungere i due tronconi della città adagiata sulle rive del fiume, si dovesse "guadare" il Metauro.
Secondo un'altra interpretazione invece la parola è collegata al "guado", una pianta che cresce piuttosto abbondante lungo le rive del fiume e dalla quale, attraverso un opportuno procedimento, si estraeva un inchiostro scuro utilizzato per stampe e la tintura dei tessuti. Sullo scorcio del Medio Evo Sant'Angelo in Vado fu capitale della "Massa Trabaria", antica regione storica incuneata tra la Romagna, la Toscana, le Marche e l’Umbria, così denominata per gli abeti dei suoi monti che fornivano le travi per la costruzione delle basiliche romane, seguendo le correnti del Tevere.
Qui si radunava il Parlamento della Provincia di Massa Trabaria che comprendeva il territorio incluso tra Cagli - Urbino e l'Appennino. Elevata da Papa Urbano VIII nel 1635 al rango di "Città" e promossa a Diocesi, entrò far parte del Regno d'Italia nel 1860-61. Il suo intatto centro storico presenta i motivi di maggior interesse nell’architettura religiosa, dalla chiesa di S.Maria dei Servi, del 1300, al Duomo, edificato nel XII secolo e poi rimaneggiato alla secentesca chiesetta ottagonale di S. Filipp ma è l’abitato nel suo complesso che si fa ammirare per l’omogeneità e per l’assenza di grosse interpolazioni nel tessuto urbanistico originario.
LA DOMUS del MITO
Che il Campo della Pieve, a S. Angelo in Vado, conservasse nel suo sottosuolo una cospicua porzione dell’abitato della città romana di Tifernum Mataurense, era cosa nota ormai da diversi anni, da quando cioè una fortunata serie di fotografie aeree avevano mostrato un fitto e articolato tessuto di strutture sepolte. Tale evidenza fu confermata in seguito dai risultati di un ampio saggio esplorativo condotto nel 1999: tutto questo aveva da tempo indotto l’Amministrazione Comunale a mettere a punto, insieme con la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, un programma di scavo e valorizzazione, in vista del quale la stessa aveva acquisito al suo demanio l’area.
L’occasione di rendere concreti tali intenti è stata offerta dai fondi europei amministrati dalla Regione Marche; ammesso al finanziamento dell’intervento, che prevedeva anche la musealizzazione e la fruizione al pubblico di una prima porzione dell’antico abitato, è iniziato lo scavo archeologico, condotto sul terreno dalla Cooperativa Archeologica di Firenze, con la direzione scientifica della Soprintendenza. L’indagine, rapidamente mirata su una certa area del Campo della Pieve, sulla scorta di un’ulteriore saggio condotto nel 2000, ha fin da subito conseguito importanti risultati, mostrando prima di tuttocome le scelte fossero volte nella giusta direzione.
Infatti, nell’area oggetto dello scavo ed ampia circa mq. 1.000 si è messa in luce l’intera articolazione di una grande domus gentilizia eretta verso la fine del I sec. d.C., impreziosita da un ricco complesso di mosaici figurati, il più cospicuo venuto alla luce nelle Marche da diversi decenni. Questi pavimenti musivi di buona e ottima qualità e per lo più ottimamente conservati esibiscono soggetti vari, che mostrano l’inserimento dell’antica città nella circolazione di cartoni e maestranze specializzate e la presenza di una committenza colta e raffinata. Nel vestibolo campeggia “Il trionfo di Nettuno”, che impugna il tridente, sul carro trainato da due ippocampi, accompagnato dalla sposa Anfitrite, mentre al di sotto nuotano i delfini; segue, nel probabile tablinium, un busto di Dioniso con la corona di foglie di vite, in un tondo centrale incorniciato da una raggiera di motivi prospettici, ed eleganti figurine femminili agli angoli.
Nelle parte mediana della domus si apre un atrio-peristilio con mosaici geometrici, con basi modanate di colonne che sostenevano l’impluvium , con relativo pozzo al centro, intorno, variamente articolati, si dispongono almeno tre vani di rappresentanza. Una grande sala presenta una complessa policromia di motivi geometrici e vegetali, con un emblema esagonale centrale con la testa della Medusa irta di serpentelli. In un’altra, che si distingue per le massime dimensioni (quasi cinquanta metri quadri), forse il triclinio, compare una ricchissima composizione policroma di tondi figurati con figure simboliche, animali reali e fantastici ed altri motivi ed un riquadro centrale con una cena di animali marini in lotta tra loro (polpo, gamberone, murena); su un lato, una fascia rettangolare bicroma esibisce una scena di caccia, con un battitore che indossa i caratteristici abiti (corta tunica e gambali in pelle), e due cani che incalzano rispettivamente un capro selvatico ed un cinghiale. Altri due vani, infine, presentano complessi e raffinati motivi geometrici, anche policromi, con inserti figurati di vario soggetto.
IL TARTUFO
Ma accanto ai monumenti ed agli splendidi mosaici non si deve dimenticare che Sant'Angelo in Vado è anche natura incontaminata, eccellenza nel tartufo, boschi secolari e campi arati con bellissimi colori e geometrie che testimoniano il lavoro dei vadesi che da secoli lavorano ed abitano questa terra. Il tartufo nelle Marche ha radici storiche antichissime, tanto da essere parte integrante della cultura e della tradizione. Se non si tiene conto di questo non si capisce perché oggi esso sia considerato tanto importante sotto tutti i punti di vista: sociale, ecologico, agricolo, forestale ed economico.
La regione lo mette ai primi posti tra i prodotti tipici da valorizzare e per esso investe in risorse economiche ed umane. In realtà c'è un intero mondo che ruota intorno a questo straordinario prodott dai tartufai, gli addestratori di cani da tartufo, dai commercianti, agli imprenditori per la trasformazione, dai ristoratori per finire, ovviamente, ai consumatori.
S.Angelo in Vado ospita ogni anno una mostra, che quest’anno si terrà dal 9 al 31 ottobre (Mostra nazionale del tartufo bianco pregiato delle Marche)
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